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Quando pensiamo alla parola “pace”, immediatamente l’accostiamo al concetto di “guerra” Per poter scendere nel profondo della terminologia, necessita entrare nel campo degli strumenti che si impiegano per una guerra, e renderla anche devastante. Come è ben noto, la guerra si sviluppa con armi (tecnologia, chimica, nucleare etc.) tutti con scopi e obiettivi diversi, ma con unico fine che è la distruzione dell’avversario.
Fin qui tutto bene, e giusto?
Ora, quando si parla di pace, non è così facile stabilire quali strumenti sono necessari. Possono essere il dialogo, la comunicazione efficace, assertività, l'empatia, la volontà, la spiritualità, la temperanza, il peso, l'equilibrio mentale, l'idealismo, queste possono essere le “armi della Pace”, o strumenti per preservarla.
Ma mi pongo una domanda, e mi chiedo... c’è una società che soddisfa tutti i suoi individui o la maggior parte di queste che mette a disposizione “armi” o strumenti per la pace? difficile, la risposta risoluta è un ... non lo so.
In questo breve trafiletto cerco di darmi delle risposte, partendo dalla linea fragile tra la guerra e la pace, in mezzo c’è il conflitto. Il conflitto viene dalla parola latina "conflitto", che deriva dal "confluyere" verbo (combattere, combattere, combattere, etc.) e lo definisce come "circostanza in cui due o più soggetti hanno interessi contrapposti, creando un contesto conflittuale di opposizione permanente. Nella natura umana, per ogni persona i punti di vista sono controversi, perchè l’essere umano è controverso.
Il conflitto ha un valore positivo quando viene "vista come una sfida, come un processo in cui nuove posizioni sono sufficienti per soddisfare le esigenze e gli obiettivi e ci permette di fare le cose in modo diverso in futuro, superando le nostre relazioni personali con gli altri e deve essere considerato da un punto di vista costruttivo in seguito a diverse prospettive. "
E’ noto che ogni crisi epocale di ampia portata storico-politico-economica genera inevitabilmente uno smarrimento sociale, alterando equilibri talvolta già precari e favorendo il sorgere di tensioni e conflitti. Proprio in questi ultimi contesti, e soprattutto in una società in cui le agenzie educative tradizionali sembrano vivere una profonda crisi identitaria, la mediazione può svolgere una funzione coadiuvante a forte valenza educativa, nelle dinamiche, nei processi e nelle relazioni.

Attraverso la mediazione che non per forza deve essere di natura finanziaria, commerciale, od immobiliare, si possono trovare soluzioni a conflitti e contenziosi, in quanto indicatore di funzione di facilitazione o intermediazione. La mediazione viene molto utilizzata ad ampia portata nei contenziosi politici e territoriali, strumento idoneo a favorire il dialogo fra persone e situazioni con difficoltà di reciproca comprensione culturale ed interetnica, attraverso un percorso di riconoscimento reciproco tra le parti alla presenza di un terzo neutrale che lo rende possibile e lo sostiene, fondato su una relazione che si ricostruisce, senza imposizioni, con la conclusione di un accordo generato dalle stesse persone coinvolte nel conflitto. Ritornando alla domanda la ” società mette a disposizione "armi" o strumenti per la pace? la risposta potrebbe essere a ragion veduta che la mediazione può essere e/o divenire un potente strumento di “pace”, ancor di più “strumento educativo” per il mantenimento della pace.
Non può non emergere l’eco del pensiero e delle opere di Maria Montessori, che tanto è stata vicina ai temi che richiamano l’educazione alla pace, la cooperazione, la responsabilità: "Solo offrendo una "educazione di vastità" che permetta a ciascuno di superare i propri egoismi, di uscire dall’isolamento dei limitanti e circoscritti interessi personali per porsi nella prospettiva dell’umanità, della interrelazione, interdipendenza e cooperazione degli individui tra loro e con l’ambiente in cui vivono, sarà possibile il rinnovamento spirituale dell’uomo e l’inizio di un percorso di pace".

Fra i numerosi approcci teorici e pratici in cui la mediazione si è andata sviluppando soprattutto negli Stati Uniti e nei paesi Europei, ben rappresentata da Jacqueline Morineau,(conosciuta personalmente) promuove la mediazione come cultura della pace, e della risoluzione pacifica dei conflitti, dove i soggetti contendenti, trovano lo spazio e il tempo per confrontarsi e a comunicare, con il supporto del mediatore che assume un atteggiamento non-giudicante e positivo, intervenendo il meno possibile. Quindi non mi rimane che concludere che non è il conflitto che sta in mezzo tra la pace e la guerra, non è il conflitto che che semina terrore o uccide, ma anzi il conflitto potrebbe avere una funzione positiva soltanto se l’approccio è fonte di confronto, riconoscimento reciproco, opportunità di riflessione e cambiamento, per l’inizio di un percorso di pace.